LO SCALPELLO-OTODI Educational

, Volume 30, Issue 3, pp 133–134 | Cite as

Introduzione

  • Stefano Ferranti
  • Gabriele Potalivo
  • Alessandro Amanti
  • Andrea Farneti
Editoriale
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La chirurgia del piede ha acquisito negli ultimi anni un ruolo di sempre maggior rilievo in ambito ortopedico, non solo alla luce dell’evoluzione delle tecniche e degli strumentari ma anche in virtù di un approccio innovativo che considera tale struttura un capolavoro d’ingegneria “spaziale”, capace di assorbire e smistare le forze sui piani spaziali [1].

La moderna tendenza all’utilizzo delle tecniche chirurgiche mini-invasive trova ragione nel tentativo di risolvere o perlomeno ridurre alcune delle problematiche connesse al tradizionale approccio della chirurgia open, quali la durata dei tempi operatori, l’incidenza delle complicanze, la rapidità del recupero riabilitativo e la riduzione globale del periodo di convalescenza [2].

La prima esperienza di chirurgia mini-invasiva del piede fu proposta nel 1945 per opera di Morton Polokoff mentre i primi corsi di formazione risalgono agli anni ’70 presso il College of Podiatric Medicine della Pennsylvania [3].

All’inizio degli anni ’80, tuttavia, Stephen Isham descrisse tecniche mini-invasive per il trattamento dell’alluce valgo e delle deformità delle dita minori, basandosi su criteri fisiopatologici e su strategie chirurgiche finalizzate alla messa a punto di osteotomie stabili e capaci di fornire risultati clinici soddisfacenti [4].

Nel 1985, New ha descritto una tecnica percutanea per la correzione dell’alluce valgo; questa tecnica è stata poi ripresa e sviluppata da Peter Bosch, che propose l’esecuzione di osteotomie che prevedevano il posizionamento di un filo di Kirschner di stabilizzazione in modo completamente percutaneo e mini-invasivo [5].

Nel corso degli anni ’90, infine, Mariano de Prado ha non solo espanso le indicazioni ma soprattutto sviluppato e modificato l’opera di Isham, diffondendo interesse e rappresentando un punto di riferimento per tale innovativo approccio alle patologie del piede [6].

La chirurgia mini-invasiva si esegue mediante incisioni cutanee minime attraverso le quali sono effettuati gesti chirurgici analoghi a quelli delle tecniche open.

Per questo motivo deve essere eseguita da chirurghi esperti e con un background consolidato in chirurgia tradizionale, poiché richiede un’adeguata curva di apprendimento [7].

La chirurgia percutanea, invece, nonostante sia racchiusa nel concetto stesso di chirurgia mini-invasiva, prevede una correzione delle deformità a cielo chiuso, senza l’esposizione del piano osseo e dei tessuti circostanti e, soprattutto, senza l’utilizzo di mezzi di sintesi; la contenzione delle osteotomie è quindi affidata al bendaggio, il quale assume la valenza di una vera e propria fase dell’atto chirurgico [8].

L’evoluzione delle tecniche mini-invasive e percutanee e l’affinamento delle capacità del singolo chirurgo hanno permesso il trattamento della maggior parte delle patologie degenerative del piede e hanno reso questo tipo di metodica una valida opzione da affiancare alla consolidata chirurgia tradizionale.

Tali tecniche utilizzano l’anestesia loco-regionale, il monitoraggio radiologico e si eseguono in regime di day-surgery, così da ridurre i costi sanitari e i tempi di ospedalizzazione.

I risultati non soddisfacenti della chirurgia percutanea nei primi anni della sua diffusione possono essere ascrivibili a vari e diversi fattori quali indicazioni erronee, utilizzo di strumentazioni non dedicate e mancanza di progetti di training ed education istituiti da personalità di riferimento nel settore. Tali tecniche, infatti, erano state considerate rischiose ed erano state abbandonate negli Stati Uniti a partire dagli anni ’80 [9, 10].

Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito a una vera e propria inversione di tendenza, con una diffusione più capillare anche e soprattutto in ragione dei buoni risultati ottenuti. Un esempio è rappresentato dal Gruppo di Ricerca e Studio sulla Chirurgia Mini-Invasiva del Piede (G.R.E.C.M.I.P.), fondato da chirurghi francesi e che raccoglie personalità internazionali provenienti da differenti realtà (ospedaliere, universitarie e private) e che ha l’obiettivo comune di promuovere tale innovativo approccio chirurgico.

L’ampia diffusione delle metodiche percutanee derivate dall’esperienza delle due scuole maggiori (quella Nord-Americana di New e Isham e quella Europea di de Prado) è andata di pari passo con il miglioramento degli strumentari chirurgici e la standardizzazione degli approcci.

È di tutta evidenza che questa chirurgia resta una realtà in continua evoluzione che si diffonde grazie al contatto diretto e al contributo delle singole personalità chirurgiche e che propone una letteratura ancora da espandere nella produzione di algoritmi terapeutici e nella pubblicazione delle casistiche cliniche.

Bibliografia

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Copyright information

© Società Italiana Ortopedici Traumatologi Ospedalieri d’Italia 2016

Authors and Affiliations

  • Stefano Ferranti
    • 1
  • Gabriele Potalivo
    • 2
  • Alessandro Amanti
    • 3
  • Andrea Farneti
    • 1
  1. 1.U.O. Ortopedia e TraumatologiaNuovo Ospedale San Giovanni BattistaFolignoItalia
  2. 2.U.O. Ortopedia e TraumatologiaS. Matteo degli InfermiSpoletoItalia
  3. 3.U.O. Ortopedia e TraumatologiaOspedale Gubbio-Gualdo TadinoGubbioItalia

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